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La Barcolana di Nonsolovela: i racconti...
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Derivisti baldanzosi cap.2

Barcolana 2010, ovvero “l’altura è dura”

Ci sono due modi per partecipare alla barcolana: 1) si raggiunge comodamente in auto Trieste, ci si

imbarca il sabato sera e la domenica mattina si è pronti e freschi per affrontare la mostruosa linea di

partenza. 2) si parte da Ancona il giovedì sera, già stanchi, si affrontano 120 miglia di mare aperto contro i

venti dominanti, si vomita tutta la notte, ci si rintrona contro le onde, e si arriva sabato sera sfatti a Trieste,

desiderosi solo di dormire in un letto normale. Quale modo avrà scelto il Circolo Velico Torrette per

esordire ufficialmente nella prestigiosa regata?

Ma partiamo dall’inizio.

Due le imbarcazioni coinvolte, molto simili, il Fitz Roy (Salona 40, di 11,99 m) e il Gnam Gnam (Salona 37,

di 11,25 m) messe a disposizione dall’Associazione Nonsolovela di Ancona.

Alle 18,15 lasciamo il Marina Dorica con rotta auspicata verso nord, mentre il vento da nord-est ci impone

un fuori rotta di almeno 15 gradi. Il mare è maneggevole ma mosso, e quindi gli scafi ovviamente ballano

sulle onde. Molti imbarcati sono alla loro prima esperienza d’altura e il rischio del mal di mare è da mettere

in conto. Davanti alla piattaforma di Falconara è già notte, con luna nuova e buio totale. Gli stomaci iniziano

il loro tributo al mare. Le due barchette filano abbastanza veloci, ma sempre fuori rotta. Gli entusiasmi

gagliardi della partenza piano piano si smorzano e anche i “marinai”più loquaci cominciano a centellinare le

conversazioni. I preannunciati banchetti sotto coperta, che le cambuse lasciavano intuire, lasciano il posto

ad una pericolosa inappetenza. Tra lo stupore generale, su Fitz Roy Sandra, che ha uno stomaco da

barracuda, riesce a preparare delle penne all’amatriciana, che però solo Sandro ed io osiamo mangiare in

dinette. Francesca e Orietta ancora resistono, lottano contro i conati, ma sanno che se si alzano dalle

panche del pozzetto sono spacciate. Quando la navigazione comincia a rivelarsi lunga e faticosa,

l’Adriatico, che visto da terra sulle carte del Mediterraneo è un piccolo mare ridicolo, sulle schermate del

GPS ci si presenta in tutta la sua vastità. La sagoma della barca è sempre davanti alle coste marchigiane

e Trieste sembra irraggiungibile.

Alle 22.00 siamo ancora davanti a Fano, l’onda insiste nel dare pugni agli stomaci e la psiche comincia a

scricchiolare. “Ma chi cazzo me l’ha fatto fare” è il pensiero silenzioso che comincia ad insinuarsi negli

equipaggi. Ore 23.00 Con gli equipaggi segnati dal mal di mare, e pochi che osano entrare sotto coperta,

saltano tutti i turni previsti. In questa notte senza luna la stellata è magnifica ma sono in pochi ad

apprezzarla. Tra una vomitata e l’altra, alle 23.30 il faro di Pesaro è sempre lì. Ha da passà a nuttata!!!

Appiccicato sullo specchio di poppa c’è il menù di pranzo, merenda e cena di mezzo circolo velico. Le

comunicazioni via radio tra le due barche tengono aggiornato il conto delle “cagnolate”, come dicono in

Ancona. Gianandrea non mangia, non beve, non dorme, non parla. All’ennesimo sforzo del suo stomaco

vuoto, fa seguito un principio di svenimento pericoloso che gli fa perdere l’equilibrio. “Gianandrea, come

va?” “Male, molto male, e sono preoccupato”. Davanti a noi abbiamo ancora una navigazione dura e

infinita. Sottovento, a 23 miglia, c’è Rimini. Guardo il suo viso provato e gli occhi angosciati. Non dobbiamo

battere nessun record, e che cazzo! La decisione è presa. Puntiamo sul porto di Rimini, e Gnam Gnam ci

segue a distanza. Adesso l’andatura è al lasco e si sa, con l’onda al giardinetto, la navigazione è tutt’altro

che confortevole. Procediamo a 6 nodi, tra 4 ore saremo in porto, gli animi si tranquillizzano un po’,…. ma

gli stomaci no. Anche Francesca è giunta ai livelli della lavanda gastrica, ma per lo meno riesce a dormire.

Alle 3.20 siamo sottocosta quando delle sagome nere strisciano pericolosamente di fianco allo scafo. Noo!

Siamo finiti in mezzo ad un allevamento di cozze, con centinaia di grossi galleggianti rigidi ancorati al fondo

con robuste cime. Se ci impigliamo con bulbo o timone è un casino! Inizia lo slalom, con gli occhi che

cercano di penetrare il buio completo. Con la torcia in bocca cerco di schivarli all’ultimo. Ad un certo punto,

a 10 metri sulla nostra sinistra, sfila anche una boa metallica alta due metri, con la luce spenta! Non oso

pensare cosa sarebbe successo se l’avessimo beccata in pieno con la prua. Passato il pericolo indenni,

alle 4.00 entriamo in porto e ormeggiamo alla banchina del distributore. Gnam Gnam, che ci ha seguiti da

lontano, rimane al largo e si rimette in rotta verso Trieste. Poi Claudio lo skipper mi confesserà che

temeva - se fosse entrato in porto - che metà dell’equipaggio sarebbe sbarcato! Gianandrea toccando

terra si rinfranca, a si avvia verso la stazione ferroviaria. Noi crolliamo in un sonno indispensabile, mentre

Luca in preda all’insonnia scalpita in pozzetto. Dobbiamo ripartire. Dopo appena due ore, alle 6, ancora col

buio, riprendiamo il mare, che è sempre lì ad aspettarci con tutte le sue miglia controvento. Armati di

pazienza, sbattendo sull’onda di prua, con il conforto di un bel sole nascente, senza nessun contatto radio

con Gnam Gnam,ci buttiamo verso il cuore dell’Adriatico e arranchiamo verso l’Istria, che nessuno pensava

fosse così lontana. Alle 18 finalmente “Terra!”

Alle 20,30 entriamo in porto a Umago, dove ci attendono i sopravvissuti del Gnam Gnam. Il bello del mal di

mare è che una volta sbarcati passa tutto, e passa anche il ricordo delle interminabili ore passate in

ostaggio del mare aperto. “En è vera ‘n cass. Mi ricordo benissimo. Mai più una traversata!” Interviene con

veemenza Diego, tornato baldanzoso dopo i lunghi silenzi in balia delle onde. Grumi e strisce marroni,

giallastre e verdognole sullo specchio di poppa di Fitz Roy testimoniano l’apprezzamento di questa prima

esperienza d’alto mare. Due penne all’amatriciana otturano lo scolo del pozzetto sotto la ruota del timone.

“Forza ragazzi, diamo ‘na lavata a sta barca e recuperiamo la dignità di marinai”

I

l sabato mattino ci attendono altre 15 miglia verso nord. Dopo la cena vera e la dormita vera, tutti gli

equipaggi sono di nuovo in forma. Gnam Gnam osa sfidarci. “Vediamo chi arriva prima a Trieste”, dice

Fabio. Non l’avesse mai detto. Attardati con la drizza della randa che non vuol salire fino in testa d’albero,

partiamo dietro. Affrontiamo un lungo bordo gagliardo con un bel cielo terso e il morale alto, contro un’onda

ripida con oltre 20 nodi di apparente. Il pozzetto più volte viene inondato ma la progressione è

entusiasmante. Con un instancabile Luca alla scotta della randa, non riduciamo la tela e stringiamo più di

loro. Orzata dopo orzata, il sorpasso è netto e senza appello. Entrando nel golfo di Trieste si capisce che

siamo alla vigilia della Barcolana: centinaia di barche bordeggiano ovunque e gli incroci sono frequenti.

Un pre-regata perfetto. Il mal di mare è solo un lontano ricordo. A Trieste precediamo Gnam Gnam di oltre

una ventina di minuti e nel frattempo partoriamo anche il nostro grido di battaglia: “Arrendeeeteviiii!”. Gli

sfottò tra equipaggi sono un classico della vela, tocca farsene una ragione. E poi – come dico sempre - il

vero vincitore lo si riconosce nella sconfitta (questo è un pensiero utilissimo, che se messo in pratica vi

preserverà da qualsiasi figuraccia e indigestione di bile).

Intanto ad attenderci sul molo abbiamo una gradita sorpresa: Gianandrea è giunto a Trieste in auto

assieme a Guido, e come il paracadutista dopo la mancata apertura del paracadute deve subito fare un

nuovo lancio, per impedire che la paura lo blocchi definitivamente, così Gianandrea si rilancia subito tra i

marosi, per non darla vinta al mal di mare. Bravo

Ormeggiamo all’inglese in ottava fila al Porto Vecchio e ci immergiamo nella atmosfera elettrizzante della

città. La barcolana è anche questo: festa, musica, sagra, incontri, eccitazione, euforia, amicizia, tutto sotto

il segno della vela.

“Andemo fioj, xè ora!” Dalle barche in prima fila cominciano ad arrivare i primi solleciti. Sono le 8,30 della

domenica mattina e le procedure per lasciare l’ormeggio non sono rapide, con tutte quelle barche

ammassate le une addosso alle altre. Mettiamo in fretta il numero di gara sulla battagliola a prua e ci

stacchiamo dal grappolo. C’è un bel cielo azzurro ma l’aria è fredda e il vento teso da nord fa sbattere le

drizze negli alberi. Ci accostiamo al volo ad un'altra banchina per sbarcare ancore e catena. Non siamo

qui per vincere, ma se si può evitare di portarsi dietro 2 quintali di acciaio a prua è meglio. Con le cerate

ben chiuse ci avviamo verso la linea di partenza, assieme a tutta la flotta che piano piano si addensa. “Ma

dov’era ormeggiata tutta sta moltitudine?” Ogni volta si stenta a credere che tante barche possano stare in

un porto tutto sommato così piccolo. Lo spettacolo comincia, con le rande che si issano e l’orizzonte che

scompare dietro tante ali bianche. “Bene, ma adesso concentriamoci che non è più aria di scherzi con tutto

sto traffico”. Le raffiche di questa bora gentile toccano i 25 nodi. Strategia di partenza: partire sotto il faro,

sopravento, se si scommette sul vento forte, oppure vicini al Castello di Miramare se si scommette su un

vento che cala. Optiamo per la prima, ma stiamo lontani dalla boa per non fregarci un’altra volta come alla

Regata del Conero, che poi tutti ti stringono e finisci fuori. Confidiamo sulla radio per il conteggio del

tempo, perché di vedere le bandiere di segnalazione sul rimorchiatore-giuria neanche a parlarne. Anzi, non

vediamo neppure il rimorchiatore, e anche il castello scompare alla vista, nascosto dietro la foresta

impenetrabile di vele. Dove sia esattamente la linea di partenza alla barcolana è sempre un’incognita. La

radio dice “Meno 10” (o almeno così ci sembra di capire) e spegniamo il motore. Il “Meno 5” non lo

sentiamo, ma lo calcoliamo con i nostri orologi. E’ ora di aprire il fiocco e fare l’ultima virata. Siamo sotto

costa, molto lontani dalla linea, per evitare i casini, e ormai, a occhi e croce, è tempo di lanciarci. “Quanto

manca? Boh, 3 minuti. Cazza che ci lanciamo.” Ad un certo punto sentiamo un colpo di cannone e

vediamo in cielo una nuvola bianca. “Cazzarola, cos’è, la partenza? No, la partenza ha il fumo verde!

Allora è i 5 minuti? Siamo troppo veloci, lasca! Ma qui stanno partendo tutti! No, quel 70 piedi azzurro è

ancora fermo prua al vento, e quelli sono qui per vincere! Guardiamo loro! Ma qui sono tutti lanciati in

rotta? Boh. Andiamo avanti. Ma dov’è il rimorchiatore? Non si vede”. La radio tace. Di boe manco a

parlarne. Siamo circondati di vele e tutti in assetto da primo bordo. Ecco il 70 piedi che arriva. “Allora ci

siamo. Ma la linea l’abbiamo passata? Boh! Vallo a capire. Dai, diciamo che siamo partiti. Ma come

siamo partiti? Bene? Mi sa proprio di no. Davanti ce n’è un casino. Però anche dietro! Bella forza: 1880

barche non sono uno scherzo”.

Messe a segno le vele, Fitz Roy viaggia sopra i sette nodi e iniziano i sorpassi. La prima boa l’abbiamo

riportata sul gps e quindi anche se non vediamo nulla tra questo mare impenetrabile di vele, bene o male

siamo in rotta. Adesso si tratta solo di timonare evitando le coperture e studiando i sorpassi, mentre

l’equipaggio si può gustare lo spettacolo. Solo Orietta, ipnotizzata dai filetti mostravento, è impegnatissima

a gestire le raffiche con la scotta del genoa. Il bordo è veloce e le 5 miglia vengono coperte in un attimo.

La boa triangolare rossa ogni tanto si intravede, poi scompare dietro la miriade di scafi che cominciano a

convergerci sopra. Il vento intanto comincia clamorosamente a calare e nelle cerate si ha caldo. “Raga,

dove passiamo? Lì non c’è uno spiraglio. Attorno alla boa sembra l’autoscontro” Stiamo larghi, c’è meno

traffico, siamo meno coperti, anche se dobbiamo fare più strada.” In pochi istanti il vento ci abbandona e

scafi e vele smettono di rumoreggiare. Col silenzio della natura prende il sopravvento il rumore degli umani.

Dall’intrico di barche salgono le bestemmie, gli insulti, le imprecazioni. Con le basse velocità le barche

perdono di governabilità. “Orza, incantato, che c’hai acqua libera!” Metti un parabordo, deficiente! “ M’hai

preso la sartia col boma, coglione.” Un Bavaria accende il motore e innesca la retromarcia. Quello dietro

non può che tamponarlo. Alla radio le prime denunce di motori accesi. Quelli più interni usufruiscono di un

pelo di brezza, mentre tutti noi coperti siamo praticamente fermi. “Che sfiga, stavamo andando bene e

adesso siamo qui impantanati nel gruppo.” “Forza ragazzi, tenacia e nervi saldi. Cerchiamo di sfruttare

ogni refolo che passa tra una vela e l’altra”. “Con le burrasche son buoni tutti a far andare le barche…”

Incredibilmente il caldo adesso è innaturale, e in pochi minuti ci ritroviamo a petto nudo sotto il sole.

(Tranne le ragazze, purtroppo. Sarebbe stato un bel diversivo per deconcentrare gli avversari!)

La flotta adesso è un’enorme zattera galleggiante, e il dialogo coi vicini, lì fermi a pochi metri, è inevitabile.

“Se vi diamo una bottiglia di Teroldego Rotaliano ci date il vostro mezzo lonzino?” Alcuni sono nervosi e

tesi, altri la prendono con filosofia. Un equipaggio annuncia il suo ritiro, ma non per bonaccia, bensì perché

ha finito il prosecco. Un altro dice”Vengo da Trapani, mannaggia a voi, c’è più vento da noi, altro che bora”

Tra la immota moltitudine riconosciamo Gnam Gnam, a un centinaio di metri sottovento (sottovento…si fa

per dire). Lo spirito agonistico riavvampa. Tra gli obiettivi, dopo quelli di “non farsi male, non rompere

niente, ben figurare, divertirsi”, c’è anche quello secondario di battere Gnam Gnam. Massima

concentrazione sulle bave di vento, vai con la ritenuta del boma, tangone umano al fiocco, timone

immobile per non frenare. Procediamo a mezzo nodo. Esasperante. Ci ricordiamo che da tre giorni

abbiamo una ospite in cabina, che viaggia gratis senza far nulla. E’ Genny, ovvero il gennaker. Abbiamo

voglia di provarlo? Siiii. Sandra, Luca e Gianandrea si mettono subito al lavoro per montare il bompresso

e il circuito delle scotte. Il vento è talmente debole che il peso della scotta è sufficiente a farlo sgonfiare,

allora Luca la sostituisce con uno spago da 5 mm! Due mezzi marinai uniti con lo scotch fungono da

tangone. Guadagnamo 2 decimi di nodo. Si suda per il caldo e per la concentrazione. “Già che ci siamo,

tanto vale mangiare e bere, aspettando le brezze. “I peperoncini ripieni di Francesca sono considerati

doping?”

Vista la bonaccia snervante, dal Gnam Gnam Zaffo ci invita alla resa, ma noi non molliamo. Le 5 miglia per

la terza boa sono infinite, e la navigazione ha un che di metafisico: tutt’attorno siamo centinaia di barche,

con a bordo almeno un migliaio di velisti, ma c’è un silenzio incredibile. In quale altro sport succede una

cosa del genere?

I ritiri fioccano, i fiocchi si ritirano, i ritardi fiaccano, i gennaker colorati sembrano più camicie stese ad

asciugare che vele tecniche, ma si va avanti lo stesso. Un piccolo Malges disperato prova il pumping, con

l’equipaggio che passa da una bordo all’altro per far dondolare la barca. Ogni tanto si fa sentire un alito, e

Fitz Roy supera il nodo. Avvicinandoci pian pianino a terra, e col pomeriggio inoltrato, qua e là l’acqua si

increspa e tremula. 1,5 nodi. A 2 nodi ci sembra di volare. Ogni tanto un buco totale di vento affloscia gli

entusiasmi per lunghi minuti. Dalla radio sappiamo che i primi sono arrivati da oltre 2 ore, e noi qui a

sognare un paio di remi. Con i nervi a fior di pelle ci avviciniamo alla boa, in prossimità della quale si vede

chiaramente che il vento c’è, e le barche filano sbandate. “Tutto sta nell’arrivarci. Che stress. Dai vento,

dai, datti una mossa”. Gnam Gnam è poche centinaia di metri dietro noi. “Passami la maglietta, adesso è

fresco”. Una accelerazione. 3 nodi. 4 nodi. Ci siamo, siamo entrati nel vento. Puntiamo sulla boa di bolina

larga, facendo portare comunque la Genny. “Dopo la boa viriamo Genny e via verso il cancello d’arrivo”.

Magari. Alla virata, troppo tempestiva per la smania di arrivare, scopriamo che Genny ci è d’intralcio. “Ma

che traverso! E’ una bolina strettissima. Spara il gennaker! Svelti, aprite il genoa!” Caos in pozzeto. Per un

lunghissimo minuto la barca si ferma prua al vento, con tutto l’equipaggio sommerso sotto la coltre azzurra

di Genny. Figuraccia. Una decina di barche ci sfiorano a poppa mentre noi ciondoliamo imbarazzati,

aspettando di riprendere abbrivio. Immancabile arriva il “Chi ti ha dato la patente!”. Manco fossimo sul

raccordo anulare!

Recuperato il gennaker finalmente si riparte per la cavalcata finale. Con le vele cazzate a ferro stringiamo

al massimo, recuperando posizioni. Tutto l’equipaggio in falchetta, per l’ultima tensione. Quando arriva la

raffica siamo in rotta giusta sul cancello, ma col calo di vento siamo oltre il rimorchiatore. “Porca puttana,

sta a vedere che ci tocca fare un altro bordo adesso che siamo arrivati”. Opto per un arrivo creativo,

ovvero tagliare il traguardo col bordo scarso, in diagonale angolatissima, risparmiando una virata. Non so

se conviene, ma mi piace l’idea. “Pronti alla virata”. Davanti alla murata del rimorchiatore, all’ultimo,

viriamo, e ci dirigiamo mure a dritta in diagonale sul traguardo. “Almeno abbiamo la precedenza su quelli

che arrivano” . Un 40 piedi sta sopraggungendo col bordo buono dritto dritto sul traguardo. Noi abbiamo la

linea a pochi metri, ma è sopravento. “Dai Fitz Roy, vai, stringi” Il 40 piedi è sulla nostra poppa,

lanciatissimo. “Cazzo, farsi fregare così, al fotofinish, no!” Orzo fino a sventare le vele, la barca si raddrizza

ma con l’abbrivio residuo guadagno i 5 metri necessari per arrivare sulla linea con la prua. Suona la

tromba della barca giuria. “Ce l’abbiamo fattaaaa”. I nervi tesi come sartie finalmente si sciolgono, si apre

subito una bottiglia e gli abbracci si sprecano. Che stress, ma che figata! 422esimi su 1880 partecipanti.

Un gran successo, migliorando di 329 posizioni il risultato dello scorso anno. E tutti gli obiettivi centrati.

Grazie ancora ragazzi.

Nino Finauri

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